lunedì 23 marzo 2009

A me le guardie

TITOLO: A me le guardie
AUTORE: Terry Pratchett
EDITORE: Tea

E' il romanzo che apre la trilogia della guardia cittadina e ci presenta la giornata e i problemi degli sgangherati membri della guardia notturna della metropoli del mondo-disco: Ank-Morpork.Pratchett conferma la sua comicità avvolgente che permea trama, personaggi e non risparmia allusioni più o meno velate alla monarchia inglese, ai grandi classici e ai romanzi fantasy in generale. In evidenza una trama ben costruita e che sorregge l'architettura umoristica tutta da leggere.

Voto: 7

Intervista col vampiro

TITOLO: Intervista col vampiro
AUTORE: Anne Rice
EDITORE: Tea

Il primo romanzo delle "cronache di vampiri" che ha prestato il copione al riuscito blockbuster holliwoodiano. Vita e viaggio, iniziatico e non, del latifondista di New Orleans Louis. L'uso della parola a tratti brillante sorregge le esperienze dei protagonisti regalando al lettore un teatro in cui vanno in scena paure e deliri dell'uomo in tutte le sue forme. La trama avvincente e ben orchestrata supera a tratti la valutazione dello stile comunque buono ma eccellente solo a tratti. Un buon libro.

Voto: 7

Il nome della rosa

TITOLO: Il nome della rosa
AUTORE: Umberto Eco

Un romanzo storico straodinario che dipinge il medioevo italiano con la completezza artistica degna dei capolavori pittorici. La trama geniale, attenta e coinvolgente è una continua sfida alle qualità del lettore. Un uso della parola che non si allontana mai dai gradi dell' eccellenza rende a volte un po' faticoso il confronto col testo. Val ben la pena di sforzarsi un po' per godersi un trhiller straordinario, dei personaggi immortali e un monastero che prende vita di fronte ai nostri occhi. Qualcosa in più di un grande classico e qualcosa in meno di una fonte storica seppure nessun "meno" qui espresso vuole o può avere valore riduttivo. Forse, con "moby dick", il più bel romanzo italiano di tutti i tempi.

Voto: 10

American Gods

TITOLO: American Gods
AUTORE: Neil Gaiman
EDITORE: Mondadori

Per partire generalizzando molto il romanzo affronta la vita degli dei negli "states" dei nostri giorni; un uso della parola coinvolgente e vario negli stili e nei registri fa da corollario alla trama avvincente, ricca di colpi di scena e mai prevedibile. I personaggi vengono dipinti con colpi vivaci e a tratti espressionistici, sempre stratificati su vari gradi di analisi si fanno conoscere e scoprire dalla prima all'ultima pagina. Le fonti vengono utilizzate con chiarezza e competenza senza scadere mai nel saccheggio proponendo degli dei "credibili", sulla base delle tradizioni e del folklore dei popoli che li hanno generati, ma nei quali è tangibile lo straordinario potere immaginativo di Gaiman. La principale ricchezza del romanzo in questione sta però nell'essere un "romanzo totale" nel quale fossilizzarsi sull'identificazione dei ruoli, protagonisti e antagonisti, non farebbe altro che svilire l'opera nella sua essenza più profonda poichè la fluidità del testo, che però non manca mai di espressività, trascina il lettore nella spirale degli eventi e il fequente cambio di soggetiva narrante rende l'impressione di trovarsi di fronte ad un' opera pensata forse in parte anche per il grande schermo che un po' alletta per il gusto, un po' strazia per l'impossibilità di comprendere. In somma un capolavoro agrodolce in cui la fantasy si macchia di noir e il noir si stempera nella fantasy. Si consiglia di leggerlo più di una volta per cogliere tutte le chicche e le citazioni disperse nel testo e non sempre di immediata gratificazione che tuttavia non meritano assolutamente di essere perdute.

Voto: 8

Nessundove

TITOLO: Nessundove
AUTORE: Neil Gaiman
EDITORE: Fanucci

Un altro straordinario capolavoro dal genio di Neil Gaiman; un viaggio in una Londra sottorranea e parallela dipinta a tinte forse più noir del solito ma in cui il potere rapitore della fantasy è sempre presente. Un mondo oscuro e labirintico che si protende infinito e indefinito come i cunicoli della mente. Viaggio iniziatico di un uomo comune della Londra-Sopra tra ciò in cui si può e non si può credere, alla ricerca di quello che veramente vuole per se stesso. Un topos tipico della letteratura di tutti i tempi, il viaggio, affrontato con la potenza immaginativa unica di Gaiman che riesce a trasformare quella che scrittori mediocri avrebbero reso in "una storiella" in un'esperienza di vita. Il linguaggio non è mai aulico o particolarmente ricercato, ma sempre in perfetta sintonia con la semplicità della decadenza che i luoghi descritti sublimano. Maledettamente facile da leggere fino in fondo, meriterebbe un sequel.

Voto: 8

Omero, Iliade

TITOLO: Omero, Iliade
AUTORE: Alessandro Baricco
EDITORE: Feltrinelli

Una rilettura del classico omerico, con qualche aggiunta gradevole (educatamente indicata col corsivo) e un evidente intento di lavoro psicologico sul lettore (ottima la postilla con un analisi del concetto di guerra e degli orizzonti della stessa nel contesto della società moderna).Buono l'espediente della soggettiva per sbattere il lettore in mezzo alla battaglia e impedirgli di non confrontarsi con la guerra, nel bene e nel male. Comprensibile la scelta di lasciare le divinità come personaggi di fondo poichè ormai concettualmente estranee alla società moderna (dato che come ho detto si persegue l'intento didattico ).Baricco è proprietario consapevole del linguaggio e trapezzista del "non detto", inutile negare che sono proprio queste due qualità evidenti ad avergli donato il paragone (un po' azzardato) con il maestro Eco. Tirando le somme: un opera che non poteva fallire per la base da cui partiva e che la pertinenza e vitalità della scrittura di Baricco ha elegantemente riproposto come classico moderno e psicologicamente cogente.

Voto: 9

Il Codice Da Vinci

TITOLO: Il Codice Da Vinci
AUTORE: Dan Brown
EDITORE: Mondadori

Premetto, per il sollievo di molti, che il Brown autore non ha nessun vincolo di parentela con il celebre storico del mondo antico Peter Brown.Passiamo alle note dolenti, cioè al testo.L'intreccio se fantasiosamente e fantasticamente aiutato dall'immaginazione del lettore potrebbe anche non collassare su se stesso ( e sottolineo potrebbe). Tuttavia è impossibile non notare fin dalle prime righe ( righe, non pagine ) che la padronanza dell'arte della scrittura dell' autore ( e dubito fortemente che questa evidenza venga dall'incapacità del traduttore ) non si discosti troppo dalla competenza della lingua che qualsiasi bambino acquisisce entro il quinto anno di vita. Definire i personaggi piatti è un gentile eufemismo poichè non solo sono privi di sfumature caratteriali ma anche dei più elementari bisogni fisiologici (non mangiano, non bevono ecc..). La montatura pubblicitaria sui piani segreti della chiesa per mantenerci nel buio dell'ignoranza è certamente il modello di marketing più efficente dell'anno ( ci tengo ad evidenziare che chi scrive non solo non si ritiene cattolico, ma ha un'ottima conoscenza della letteratura cristiana antica e della storia delle religioni ) , tuttavia l'unica ignoranza persistente alla chiusura dell'ulitma di copertina ( ci si augura per sempre ) è quella del povero lettore che ha speso una buona quantità del suo tempo per leggere un lunghissimo tema (centinaia di pagine...) di uno scolaretto sprovveduto di una scuola elementare di una provincia degradata di uno stato in cui l'erudizione di base non è obbligatoria ( perdonatemi ma non resistevo a scrivere un periodo così lungo, senza virgole, dato che il testo presenta un andamento paratattico con frasi contenenti dalle 8 alle 10 parole ). Il succo: il libro per tutti gli autolesionisti convinti che si possa raggiungere il massimo dolore con la letteratura. (rimpiango di aver promesso di quantificare i giudizi in interi positivi. ) sulla fiducia per la trama...

Voto: 1

City

TITOLO: City
AUTORE: Alessandro Baricco
EDITORE: Bur

Verrebbe da dire che solo un uomo completamente pazzo avrebbe potuto scrivere un romanzo del genere. Beh, allora, forse, Baricco lo è, completamente pazzo. Ma pazzo di una follia lucida, ironica e prepotentemente immaginativa. City è un lavoro che si avvicina maledettamente alla perfezione e che racchiude in sè la genialità propria di molti autori che appaiono in questo libro trasfigurati nell'unico, grande, cantastorie Baricco. Verrebbe da dire che City è una storia di storie, o un mucchio di storie senza storia, ma rimane il fatto che tutti i personaggi sono scolpiti in cristalli dalle infinite sfaccettature e che le parole dell'autore sono un motore immobile straordinario per qualsiasi cosa possa essere descritta o raccontata. Tutte le storie sono legate da un poesia intensa ma che mai ruba la scena ai protagonisti, rimane sullo sfondo come una potente sinfonia che si accontenta di essere colonna sonora per dare a una grande storia la parvenza di mito. Se un neo bisogna trovarlo ( e non necessariamente lo sarebbe per tutti, un neo) possiamo malignare che le parole sono scelte in un lessico d'eccezione e in una varietà di registri notevolissimi, ma che non trasudano poesia fine a se stessa ( come per esempio in Eco) e che il libro che si chiude col finale di due storie, avrebbe potuto presentarle invertite, invertendo così le sensazioni che suscitano ( esplosività e sconcerto ). Lungi da me la megalomania di consigliare a un autore come ordinare i suoi pensieri non mi resta che ribadire quanto con questo libro Baricco sia andato vicino all'eguagliare il Sommo Eco nelle mie valutazioni. Quindi bando ai voti, e se il voto vi sembra ingrato, rileggetevi la recensione.

Voto: 9

Oceanomare

TITOLO: Oceanomare
AUTORE: Alessandro Baricco
EDITORE: Bur

Come cominciare? Bhè; sicuramente un ottimo libro: l'intreccio è coinvolgente e i personaggi imbarazzantemente vivi, il tutto sorretto dalla straordinaria qualità letteraria tipica dell'autore.Potrei dilungarmi in complimenti e lusinghe che certamente sarebbero meritati ma, dato che non aggiungerei nulla ad un autore che non ha più nulla da dimostrare, vorrei chiarire alcune cose e alcuni dubbi (uno sulla storia e l'altro sulla qualità dello scritto).Sfatiamo il primo mito: il mare non è il protagonista. Il mare è l'orchestra: accompagna tutti e tutto dall'inizio alla fine dettando i ritmi delle vite e dei pensieri con la sua voce profonda (come l'oceano).Il dubbio sulla storia viene da una certa frettolosa stanchezza che si manifesta nel finale al quale sembra essere stato rubato un qualcosa (prima, quando ancora non si affrontano i risvolti presi dalle singole vite). Quello alla qualità va ben argomentato: non si riferisce al livello di sfruttamento della lingua che come Baricco ci ha abituati non si allontana mai dall'eccellenza, ma sta indicare una certa autoreferenzialità del testo che a tratti perde aderenza con la storia per aggrovigliarsi in meravigliosi quanto fuoriluogo virtuosismi stilistici. Se già in "castelli di rabbia"(primo romanzo dell'autore) si evinceva un certo gusto per il volteggio della parola va anche ricordato che in quell'occasione non si aveva però mai l'impressione di una decontestualizzazione che invece ferisce un po' i fili di questo "oceanomare".Tirando le somme: un ottimo romanzo, che però fa un mezzo passo indietro rispetto al predecessore e che è ancor più lontano dalla piena maturità raggiunta nel seguente ( "city", già recensito).

Voto: 8

Europa e Islam, storia di un malinteso

TITOLO: Europa e Islam, storia di un malinteso
AUTORE: Franco Cardini
EDITORE: Laterza

Un saggio sul fondamento di uno dei massimi problemi che assillano gli uomini contemporanei, sull'incapacità di relazione tra due delle più antiche e diffuse religioni del mondo.La capacità di mostare la storia come un efficente modello didattico è da sempre uno dei punti di forza del Prof. Cardini che in questo volume si supera evidenziando con la sfacciata evidenza dei fatti come già dai primi contatti tra le due religioni fossero più il pregiudizio e le scelte di comodo ( politiche o economiche ) ad inficiare il rapporto civile fra le due "fazioni". Il libro si snoda con andamento cronologico dai primi contatti e a seguire, corroborando l'analisi storica con riferimenti a fonti documentarie e non. Il linguaggio erudito e specialistico rende il testo ostico a tratti, per i non addetti ai lavori, tuttavia la gestione della "trama" nella sua interezza resta godibile ed affascinante. In conclusione: un ottimo testo per tutti, più "leggero" per alcuni che per altri. Il giudizio non potrebbe che essere ottimo, ma risente della fama dell' autore: in parole povere, non ci si aspetta mai niente di meno di questo da quello che è il massimo esponente della medievistica italiana ( almeno tra quelli con una sola data dopo il nome ).

Voto: 8

L’ Anno Mille

TITOLO: L’ Anno Mille
AUTORE: Geordes Duby
EDITORE: Einaudi

L’ emerito storico francese si propone di offrire, in questo saggio, un quadro dello sviluppo della mentalità dell’uomo medievale che doveva affrontare lo scoglio dell’avvento del nuovo millennio.Duby ci guida con perizia e precisione tra le fobie indotte dalle teorie millenaristiche e fenomeni che interessano la psicologia collettiva che affondano le proprie radici, tra le altre cose, nell’evoluzione del modo di percepire il rapporto con la religione dell’uomo medievale. Uno sguardo d’insieme che si spinge spesso nel dettaglio con chiari e precisi riferimenti alle fonti e che si sforza di indagare le notizie con gli occhi dei contemporanei di quei fatti meravigliosi senza però rinunciare ad una visione critica d’insieme alla luce degli studi più moderni e delle teorie interpretative più accreditate. Estremamente interessante, richiede una buona predisposizione alla critica che a volte affatica un po’ il lettore inesperto. Straordinario come gli stralci analizzati dei documenti dell’epoca riescano a far rivivere con dovizia di particolari narrativi gli attimi che hanno caratterizzato la psicologia collettiva del nuovo millennio. Encomiabile il lavoro di storico sempre puntuale e mai pretenzioso.

Voto: 8

Genesi della tarda antichità

TITOLO: Genesi della tarda antichità
AUTORE: Peter Brown
EDITORE: Einaudi

Lavoro illuminante dalla penna del celebre storico americano. Il saggio che nasce da un ciclo di lezioni tenute ad Harvard si propone di sfatare la ancora troppo accreditata presunzione di rappresentare i tratti caratterizzanti della religiosità dei secoli IV e V come i postumi di una presunta crisi dell’ Impero romano del secolo III. Il saggio va goduto fino in fondo per apprezzare la chiarezza degli argomenti proposti dal Brown e la sua lucida interpretazione del passato nel suo mutamento. Certo è che spesso ci si scontra con un testo ostico all’immediata comprensione e che anche se dedicato ad un pubblico ampio non riesce a separarsi dall’impostazione classica del saggio per "addetti ai lavori". In ogni caso ci troviamo di fronte ad una pietra miliare che diviene introduzione necessaria per chi si propone di affrontare i temi della religiosità e della percezione del sacro come sbocceranno più chiaramente nei secoli del Medioevo; una lavoro di chiarezza cristallina e di sicuro interesse per chi si interroga sugli interrogativi di quell’ epoca, la tarda antichità, che ci appare un po’ come un limbo, sospesa tra mondo antico e medioevo nascente.

Voto: 9

Il giudice e lo storico

TITOLO: Il giudice e lo storico
AUTORE: Carlo Ginzburg
EDITORE: Feltrinelli

Partiamo dal sottotitolo: "considerazioni in margine al processo Sofri". Come è evidente il saggio ripercorre i travagli giudiziari di uno fra i più chiacchierati processi della repubblica: quello ad Adriano Sofri e al direttivo di Lotta Continua a fronte dell'omicidio del commissario Calabresi.Lungi dal vestire i panni del giudice, che rifiuta prontamente fin dall'introduzione, Ginzburg si limita ad argomentare sui fatti (corroborando le sue posizioni con puntuali citazioni degli atti depositati) sfruttando lo spirito di storico/ricercatore affinato nei lunghi anni di onorata cariera in Italia e negli Stati Uniti. Ginzburg mette in evidenza come la maggior parte delle accuse mosse agli imputati, prescindendo dall'opinione su un'eventuale innocenza o colpevolezza, siano fondate su prove poco chiare o a volte al limite dell'accettabilità giuridica; evidenzia come l'atteggiamento dei giudici e del P.M. fosse più vicino ad un processo inquisitoriale della prima età moderna che a un procedimento equo e garantista (dei diritti degli imputati) quale dovrebbe essere ai nostri giorni. L'autore, con merito di franchezza, non nasconde nè cerca di "annacquare" l'amicizia che lo lega a Sofri e tuttavia dimostra un'invidiabile capacità di analisi obiettiva dei fatti e degli eventi che con poca chiarezza accaddero durante e prima del processo e che con ancor meno chiarezza furono diffusi dalla stampa del tempo. Ginzubrg, qui certamente fuori epoca per lo standard dei suoi studi, dimostra come il metodo con cui è solito approcciare la ricerca dei fatti (e sottolineo "dei fatti" e non "della verità"; della quale come già detto premette di non essere in cerca) possa essere applicato con pari corposità di risultati sia alla storia medioevale e moderna che agli argomenti del mondo contemporaneo.

Voto: 9

Lo specchio del feudalesimo

TITOLO: Lo specchio del feudalesimo
AUTORE: George Duby
EDITORE: Laterza

Pietra miliare per chiunque prenda in considerazione l' idea di uno studio di storia sociale del periodo medioevale. Duby indaga con l' acutezza di cui soltanto lui e pochi altri sono capaci i mutamenti della psicologia collettiva e della percezione dei rapporti sociali nel periodo che va dalla fine del IX° sec. alla seconda metà del XII°. Corrobora ogni impressione e riflessione con ampie citazioni dei testi originali e integra, per fugare ogni dubbio, con una ricchissima e particolareggiata bibliografia. Smonta analizza e rimonta la visione tripartita della società medioevale e il modello trifunzionale che ne è la base partendo da quei modelli che ne hanno permesso la nascita ( bipartito gelasiano + bipartito gregoriano). Identifica le svolte connesse ai mutamtenti di significati e prospettive e si sofferma suelle fasi salienti e sugli autori che la hanno introdotte.Irriasumibile in poche righe, non posso far altro che caldeggiarne la lettura.Se pure chiaramente prodotto per un pubblico di addetti ai lavori non risparmierà di illuminare anche il curioso o il semplice interessato.

voto: 9 1\2

Zeus e altri racconti

TITOLO: Zeus e altri racconti
AUTORE: V. M. Manfredi
EDITORE: Mondadori

Questa raccolta di racconti vede l'emerito storico Valerio Massimo Manfredi confrontarsi con una serie di storie brevi imperniate su piccoli e grandi misteri e ambientate in periodi e luoghi storici differenti. Dal primo approccio col testo la qualità non esaltante del lessico e della composizione frenano un po' il rapporto più intimo con la storia, inoltre le trame non brillano per originalità fondandosi su modelli arcinoti con deboli tentativi di variazione che bruciano il lavoro della fantasia. I personaggi monodimensionali e poco caratterizzati cadono a volte nel "nonsenso" per uomini appertenenti a quello che viene rapprasentato come e dovrebbe essere un "mondo reale" ( ex: archeologo coinvolto in un traffico di manufatti e inseguito sotto la pioggia per i vicoli bui di Istambul da criminali del luogo, scampa alla cattura e mentre ansima per lo sforzo della fuga in un angolo oscuro esclama: "oh mio Dio, ho la maglia bagnata, ora prenderò l'influenza"[situazione e dialogo semplificati per motivi di spazio] ). Tirando le somme ci troviamo di fronte ad una raccolta poco convincente, molto poco coinvolgente ed assolutamente non emozionante; racconti di poche pagine eppure ti ritrovi a pregare che possano essere più corti. Manfredi: Bocciato; meglio saggista che romanziere

Voto: 4

Pura Anarchia

TITOLO: Pura Anarchia
AUTORE: Woody Allen
EDITORE: Bompiani

Il noto regista degli "states" torna alla narrativa con una raccolta dalla comicità supponente e irritante. Nelle pagine di questo Pura Anarchia sembra di rintracciare l'Allen degli esordi e della dissacrante immediatezza a cui si somma a mo di superstrato quello della delirante comicità.Brutale nel raccontare l'idiozia del moderno e del post-moderno merita la lettura completa di tutte le novelle proposte che pur non ponendosi in soluzione di continuità regalano tutta la loro comicità nella lettura integrata con gli altri racconti proposti nel volume.questo è tutto gente, il resto si può solo leggere...per dirlo alla Allen ..."raccontarlo sarebbe un delitto".

Voto: 8

Il cimitero senza lapidi e altre storie nere

TITOLO: il cimitero senza lapidi e altre storie nere
AUTORE: Neil Gaiman
EDITORE: Mondadori

Finalmente tradotta in italiano la raccolta di racconti dal titolo "M is for Magic" (tra l'altro ci sfugge il motivo della mancata traduzione del titolo).Gaiman si cimente in una seria di storie brevi dagli argomenti vari che vanno dal Fantasy puro al noir ironico senza però convincere mai a pieno. Chiarisco: sono racconti troppo impegnativi per la fascia 12-14, non troppo appassionanti per la 15-18, e un po' poveri nello stile per la 19-99.Emergono fra le altre alcune chicche quali "il caso dei 24 merli" e "Ottobre sulla sedia" (che poi è di fatto il trono del narratore), poche altre...Tuttavia si ha l'impressione che lo stile di Gaiman rimanga un po' soffocato da questa forma narrativa che non gli permette di creare troppe aspettative nel lettore (causa spazio) nè ne esalta le geniali intuizioni nella costruzione della fabula (causa mancanza di vignette). Ne vien fuori qualcosa a metà tra un racconto per essere detto e una sceneggiatura per fumetto che però non soddisfa in nessuna delle due versioni.Il 7 non è certo demeritato poichè il tutto si affranca in ogni caso dalla boriosa mediocrità della letteratura contemporanea ma ci si aspettava certo di più da un autore di vasta cultura e inventiva quale l'ampia serie di premi ricevuti ci aveva tramandato a nome Neil Gaiman.Rimandato a settembre, o per dirla citando uno dei racconti... ad Ottobre e sperando di ritorvarlo sulla sedia.

Voto: 7

giovedì 19 marzo 2009

LIBRO E CENSURA NELLA PRIMA ETA’ MODERNA

La censura è un filo rosso di silenzio che lega tutte le epoche storiche. È un fenomeno che esiste da sempre e si manifesta dovunque ci siano ideologie e precetti da veicolare, sostenere o reprimere. Certo è che il filo della censura diviene improvvisamente più consistente, e quindi più evidente, parallelamente all’invenzione della stampa e al suo sviluppo.
Ad onor del vero va però ricordato che l’arrivo di questa novità, la stampa, non fu sempre visto di cattivo occhio, anzi in un primo momento fu accolto con entusiasmo.
Gli stati ne intuivano il potenziale come nuovo mezzo di controllo sociale mentre la Chiesa vi vedeva un nuovo potente canale per diffondere e radicare i precetti contenuti nelle opere teologiche e devozionali. Ugo Rozzo ci ricorda che “il libro a stampa nasce religioso” e che fu proprio con questo argomento che le tipografie decisero di esordire anche perché più facilmente spendibile sul mercato dell’epoca. Quando si parla di “rivoluzione” del libro a stampa non si esagera di certo; basti pensare che nel 1450 in Europa erano disponibili circa duecento\trecentomila codici amanuensi mentre nel 1500 la diffusione dei libri a stampa è stimata dicei\venti milioni di volumi. Di questa enorme produzione circa il 45% dei libri (del ‘400) erano testi religiosi di cui 1/6 opere devozionali, 1/4 raccolte di sermoni e 1/10 Bibbie e commenti. L’Italia stampa il 50% dei libri religiosi d’Europa di cui il 20%ca in volgare ( la Bibbia viene diffusa in “italiano” molto prima che nelle altre lingue vernacolari. Il primo esemplare è del 1471 ad opera di un monaco camaldolese. ).
Il maggior fenomeno editoriale dell’epoca è certamente quello delle raccolte di prediche di Gerolamo Savonarola che sfrutta appieno le potenzialità del nuovo mezzo di comunicazione per attaccare la corruzione della Chiesa. E se tuttavia questo non produce effetti immediati (gli interventi furono tardivi e inefficaci), mette per la prima volta in evidenza di fronte agli occhi della Chiesa come la stampa in piena libertà potesse costituire un pericolo. Una Chiesa che poi, di fronte al riproporsi e moltiplicarsi delle dottrine ereticali, si trova costretta a prendere provvedimenti più seri:
Nel 1487 Innocenzo VIII° dirama una bolla che impone la censura preventiva, obbliga i vescovi (nelle diocesi) e il Maestro del Sacro Palazzo (a Roma) al vaglio e all’approvazione dei testi prima della loro libera pubblicazione.
Nel 1515 Leone X° con un’altra bolla, rende tale misura ancor più restrittiva delegando l’imprimato ad un accordo tra vescovo e inquisitore locale.
Tuttavia ad ostacolare prese di posizioni ancora più forti c’erano ancora due motivi molto rilevanti:

1) mancava una definizione ufficiale delle dottrine controverse (solo dal 1545, con l’apertura dei lavori del Concilio di Trento, si comincia a definire con chiarezza la dottrina “ortodossa” della Chiesa).

2) c’era ancora un gruppo consistente di cardinali favorevoli alla riconciliazione con i protestanti (che quindi invece di condannare esplicitamente cercavano di prendere tempo).

È nel 1549 che comincia a prendere corpo il progetto del 1° Indice Universale Romano, fortemente voluto dal nuovo Papa Paolo IV° Carafa da sempre ostile ad una eventuale riconciliazione con i protestanti e fervente sostenitore del dicastero della Santa Inquisizione, che vedrà la luce nel 1558. Paolo IV° coglie l’occasione per allargare il campo d’azione degli inquisitori (per sua volontà nel 1542 nasce la Congregazione del Santo Ufficio) che, nella loro lotta contro gli eretici e contro i libri che veicolavano le loro idee, tra il 1542 e il1543 ottengono l’estromissione del vescovo dall’imprimato e la piena responsabilità di quelle scelte.
Tuttavia il primo indice si arenò di fronte a due problemi difficilmente affrontabili:

1) l’estremismo delle norme imposte dagli inquisitori rendeva l’indice difficilmente applicabile (oltre alla serie di libri proibiti infatti, prevedeva la scomunica per chiunque fosse trovato in possesso di uno dei suddetti libri).

2) L’estromissione dei vescovi dai lavori rendeva assai più difficile la distribuzione sul territorio delle nuove norme, soprattutto per gli inquisitori che erano poco numerosi e non equamente distribuiti sulla penisola.

Tutto cambiò con l’imprevisto decesso di Paolo IV° circa nove mesi dopo; il suo successore, Pio IV°, bloccò l’indice e affidò al Concilio di Trento l’onere di stilarne uno nuovo.
Questo nuovo indice fu completato nel 1564 e presentava delle importanti novità:

1) Attribuiva ai vescovi una funzione di primo piano in tutta la gestione della censura.

2) Presentava una maggiore moderazione nei divieti concedendo l’assoluzione a chi leggeva libri proibiti non ereticali.

3) Inseriva nell’indice i libri che trattavano di “argomenti lascivi o osceni”, di astrologia e di magia o superstizione.

Con la morte di Pio IV° e l’elezione al soglio pontificio di Antonio Michele Ghislieri (Pio V°) la Chiesa torna ad attestarsi su posizioni di maggiore intransigenza, recuperando le dispozioni dell’indice del 1558 che tuttavia furono applicate a fatica per l’influenza che l’ancora non disciolto Concilio tridentino esercitava.
Tuttavia con la chiusura dei lavori e lo scemare del potere del Concilio i divieti presenti nel primo indice vengono di fatto reimposti.
Nel 1571, il Papa, costituisce una commissione di cardinali per rivedere il catalogo in vigore dei libri proibiti e nel 1572 il suo successore trasforma tale commissione in una “Congregazione per l’indice dei libri proibiti” che prevedeva norme ancor più restrittive.
Tra il 1572 e il 1596 il controllo sul territorio è affidato agli inquisitori e per la diocesi romana al Maestro del Sacro Palazzo che producono tantissime nuove liste di libri che sono però molto confuse e spesso in contraddizione tra loro. L’alternarsi al soglio pontificio di ex inquisitori e non, produce nella compilazione delle nuove liste una linea altalenante tra la moderazione (dei vescovi se il Papa non era un ex inquisitore) e la totale chiusura (degli inquisitori se il Papa era stato uno di loro). Per questo il terzo Indice promulgato nel 1596 finisce con l’essere molto poco chiaro e col riflettere una scarsa corrispondenza tra le norme volute dalla sede centrale e la loro effettiva applicazione a carico delle autorità ecclesiastiche periferiche.
Possiamo azzardare quindi che l’indice del 1596 sia di fatto il prodotto della crisi di rapporti tra vescovi e inquisitori nell’atto normativo riguardante la censura da applicare ai testi in circolazione; crisi di rapporti che opponeva alla dura repressione inquisitoriale, che invocava la distruzione dei volumi religiosi non in latino e il divieto di lettura dei testi ebraici, all’atteggiamento più aperto e in un certo senso più diocesano dei vescovi.
Volendo mettere da parte lo specifico discorso sull’indice e sui suoi sviluppi possiamo comunque ritenere evidente il principio che sta alla base della sua promulgazione, indipendentemente dagli organi ad esso preposti e dalla loro particolare modo di intenderlo:
“allontanare i fedeli dal testo sacro in ogni sua forma integrale o parziale”. Questo bisogno di costruire un nuovo strumento per rendere più forte la censura fu reso necessario dall’accendersi e diramarsi dei nuovi focolai dell’eresia e dalla capacità degli uomini promotori di quelle idee inaccettabili per la chiesa di comprendere l’immenso potenziale di quel nuovo mezzo di comunicazione, quale era la stampa, capace di diffondere e radicare in maniera così rapida ed estesa i loro messaggi rivoluzionari. Fu la modernità di quegli uomini e di molti tra gli aderenti a quei nuovi sistemi di valori a costringere la Chiesa nella paura e ad obbligarla ad assumere un atteggiamento intransigente nei confronti di un po’ tutte le opere a stampa. Il che fu reso evidente dal fatto che di fronte alla fatica con la quale le idee ereticali venivano bloccate si iniziò a temere la loro trasmissione anche per canali diversi dai libri propriamente di argomento religioso. Per questo la censura e la conseguente repressione investirono anche i testi letterari (Il “Decameron” di Bocaccio; Il “cortigiano” di Castiglione) e quelli che erano diventati i manuali professionali. Entrambi quei volumi appartenenti a queste categorie di libri furono nella maggior parte dei casi espurgati dai “contenuti proibiti” (che non erano soltanto dogmi eretici, ma anche: l’irrisione delle gerarchie ecclesiastiche, riferimenti al fato o comunque tendenti a cancellare il libero arbitrio e la divinizzazione della donna) e spesso addirittura ritirati o non consentiti alla pubblicazione con escamotage quali il rientro in categorie come “libri dal contenuto licenzioso o osceno” e “libri che arrecano offesa alle pie orecchie del lettore”.
Va ricordato per concludere che poiché il potere della Chiesa di Roma si estendeva di fatto alla sola penisola italica ed anzi a parte di essa (va escluso il Regno), l’atteggiamento intransigente delle censura e il conseguente blocco della maggior parte degli scritti nella lingua vernacolare costrinse l’Italia ad una regressione sul piano letterario e su quello della diffusione della lingua. Blocco che avrebbe portato, come estrema conseguenza, al lungo ritardo nello sviluppo di un visione unitaria del territorio e di una identità nazionale che invece gli altri stati europei avevano da tempo scoperto.

La nuova stagione

E se ne vanno i corvi coi loro occhi maledettie
lasciano il teatro a pennuti d'altro seme;
di quelli che all'amore cantano
e nell'amore volano.
Sorridono gli zefiri al loro solcar le nubi,
s'aprono i cieli alla loro danza nell'aeree
come braccia di sipario, mute, s'inchinano.
Il cuore li accompagna tamburellando note
e l'anima s'incurva a disegnare i loro arditi passi.
Passi di frak
che rondano nel tramonto;
di guanti che carezzano
guance degli stessi cromi.


Già in stradenellenebbia.blogspot.com
Mercoledì 14 novembre 2007

Il crollo sordo dei fallimenti

Lo sguardo di Jill indugiava su quel vicolo sporco spazzato da uno svogliato e freddo vento di novembre. Seguiva con gli occhi il lento contorcersi, al soffio del cielo, di una morente locandina ingiallita: Compagnia teatrale “Il musico sordo”, audizioni.Era inerme e muta nell’assordante eco dei suoi sogni infranti. Rimaneva ferma, sconfitta. Di fronte alla sua resa il vento accompagnava con un requiem la morte della sua sigaretta al suo respiro invisibile. Joshua si lasciava sostenere dal muro mentre il suo sguardo si perdeva nel nulla e il ricordo giocava a nascondino col dolore afferrando quegli attimi assassini di sogni che non aveva saputo sconfiggere. Dietro di loro, il vecchio teatro scompariva piano nella nebbia e li lasciava esuli e vinti nell’aria gelida mentre la polvere li stringeva in quell’abbraccio consolatore che loro non erano ancora riusciti a donarsi. Erano lì, alla distanza di un bacio, ma il disincanto negava loro ogni traccia di idillio. Erano loro le facce di quella moneta arrugginita che danzava come un barbone ubriaco nella polvere: uniti ma eternamente disgiunti, stretti ma angosciosamente soli. Ed anche quella moneta rotolò via, lontano da loro. Non trovarono la forza di fermala: di impedirle di essere, nella sua piccolezza, l’ennesima occasione mancata. Erano entrati per saggiare sul palco la recitazione nel dramma ma su quelle vecchie assi di legno, nell’oro antico delle luci ingiallite, l’unico dramma che si era consumato era il loro.
-Avanti il prossimo Riccardo
Avevano detto; e lui era entrato.Si era trascinato al centro ciondolante sotto il peso della sua gobba, aveva lasciato che il suo sguardo inseguisse indagatore i vicoli di Londra e poi, votati gli occhi alle stelle:
-Ormai l’inverno del nostro scontento si è mutato in meravigliosa estate, a questo sole di York; e tutte le nuvole che pesavano sulla nostra casa sono sepolte nel profondo cuore dell’o…
-Il prossimo!
-…ceano
-Ho detto: il prossimo!
-Ma…?!
Aveva provato a dire respirando un Joshua che intanto non riusciva a evitare l’avvento dell’incongruente tamburellare tachicardico del cuore
-Senti, mi spiace ragazzo. Ma non c’è pathos, non c’è sguardo, non c’è il corpo. Non c’è niente. Un Riccardo terzo così sarebbe morto secoli prima di dire “il mio regno per un cavallo”.
Aveva sentenziato la voce del regista, seduto tra i posti del pubblico.
Ed egli pugnalato alla schiena da quelle parole, se n’era uscito molto più gobbo e più Riccardo di quanto fosse mai entrato.I suoi occhi avevano cercato con un po’ di fanciullesca speranza uno sguardo consolatore negli occhi di Jill, ma quelli non lo videro neanche arrivare. Indugiavano già da un po’ sulle assi del palco, incapaci di tornare a sollevarsi, definitivamente ancorati alla polvere da una magistrale serie di:
-Il prossimo!
Che avevano accompagnato gli ultimi tre anni di tentativi, e gli ultimi cinque di sogni. Erano occhi che pensavano a quanto avevano immaginato in quei lunghi anni di convivenza, che avevano disegnato un figlio, prima. Poi avevano abbassato il tiro su una vita tranquilla. E oramai erano scivolati a terra, incapaci di chiedersi cosa si potesse sognare con quello che dava loro il suo misero e vuoto stipendio di commessa.Niente era più come allora, eppure nessuno trovava la forza di andarsene per la propria strada. Forse sarebbe bastato che uno dei due avesse avuto un po’ più di coraggio o forse, sarebbe bastato che gli occhi stramazzati a terra di lei avessero trovato la forza di incontrare quelli persi nel vuoto di lui.Ma niente di tutto questo, continuava ad accadere.
- fine -

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Martedì 23 ottobre 2007

Shooting John

Alzati.Mettiti qualcosa addosso.Cazzo. Perché continui a rasarti i capelli, ti fanno la testa meno a palla.Ho qui le carte; pianificato tutto, nero su bianco.Dio che tende di merda.Fuori fa caldo; cioè per essere novembre… in somma, fa caldo.E sbottonati quella salopet, nessun tizio delle pulizie la porta su. Tieni il grembiule.Muoviti dobbiamo preparare tutto prima che inizi la parata; c’è poco tempo.Sarà una giornata storica, davvero.Il caffé è sul tavolo; latte e zucchero giusto?Gli attrezzi li prendo io. Andiamo.Certo che vivi proprio in un quartiere di merda.Pensa te; da domani sarà un’altra storia.No fermo, la nostra macchina è quell’altra: quella nera. Sali.Non ti da fastidio se fumo, vero?Altrimenti sono cazzi tuoi. Sopporti.Pensa te: il padre di quel figlio di puttana è un magnate della finanza, e lui va in giro a fare il pacifista.Traffico di merda. Dallas è invivibile di questi tempi.Cioè, roba da non crederci:è andato su con i voti dei cattolici e adesso ce li spacca con questa storia della distensione coi russi e dei diritti ai negri.Roba da matti.Quanto Dio è stretto sto fottuto parcheggio!?Prendi la roba dietro.Chiudila quella cazzo di portiera.Sigaretta?Il nostro è quel palazzo là in fondo: quarto piano, stanza centoundici.Vai, vai. I secchi li prendo io.Cazzo, è già strapieno di gente.Guarda quanti sbirri.Cristo, ci mancava solo il portiere negro…Lascia parlare me:Siamo delle pulizieEh eh, certo certo.Buona parata, e viva l’America.Dai, muovi il culo e zitto; prima che gli venga in mente di farsi troppe domande.Quarto piano t’ho detto. Centoundici.Porta tutto dentro.Chiudi bene.Madonna. Senti la musica. La gente si sente fino a qua dentro.Non farti domande, segui le istruzioni e basta.La finestra è quella sul lato Ovest.Aaahh. C’è una vista da Dio, sarà un giochetto.Cristo quanta gente. Vedi te che diventiamo famosi.Lo riconosci da solo o hai bisogno di una foto?Scherzavo, scherzavo.Stanno arrivando? Lo vedi bene il signorino di Harvard?Guarda come ride quella checca del Massachussets…Hai preparato tutto? Ok. Passami il ferro.Dio, come ti vedo bene, posso contarti i capelli.Saluta, saluta tutti. Saluta e ridi.Tu mettiti sull’attenti e ripeti con me:

tanti saluti dal Texas presidente Kennedy

…buon viaggio, comunista del cazzo.

Fine



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Martedì 23 ottobre 2007

Problemi di gestione della verità

Se ne stava lì, fermo, dentro la vecchia Ford posteggiata sul ponte. Guardava il cielo attraverso le gocce di pioggia che scivolavano sul finestrino.Cercava la sua dimensione, in quella pennellata di grigio fra la linea del ponte e quella dell’orizzonte. Lo rassicurava quella sua aria da purgatorio, da cielo di nessuno, da eterno sospeso che salva dall’incombenza delle scelte.Gli sarebbe piaciuto essere lì a disquisire col suo io della natura dello spazio e del tempo e di altri problemi che affliggono solo pochissimi uomini illuminati eppure, confrontandosi col suo doppio riflesso nel finestrino, si trovava a discutere di un problema dalla soluzione ancora più ardua e ineffabile: spiegare a sua moglie di come quella mattina, per mezzo di una anonima lettera dalla busta bianca, il suo nome e le parole “è” “licenziato” si fossero combinate nel modo peggiore per l’integrità di tutti quei progetti che la sua dolce metà si affaticava ad inventare mentre lui si faceva il culo compilando moduli assicurativi dieci ore al giorno.Tutto sarebbe peggiorato: la loro serenità matrimoniale, il sesso e l’onorario del suo psicanalista.Trent’anni da alcoolista e neanche un richiamo, ora che stava smettendo era stato licenziato, roba da fare causa alla “anonima”.Cominciò a immaginare la credibilità che avrebbe potuto avere se avesse detto a sua moglie di essere stato licenziato per aver rifiutato le avance del capo; ma l’età e la passione del signor Jekyns per quella fascia di teenager che sono ancora teen ma già abbastanza ager da farti evitare una denuncia penale, faceva imbarcare parecchia acqua alla zattera della sua salvezza.Oppure avrebbe potuto raccontare di come un disguido alla macchina del cioccolato gli avesse causato dei seri problemi con la gestione di certe accuse di razzismo verso gli afroamericani, ma considerando che il più nero dei suo colleghi era il tipo asiatico pagato con americana benevolenza per leccare i francobolli, sarebbe stato tutto inutile.Non restava che inventare qualcosa di talmente assurdo da essere così inverificabile che neanche la naturale propensione di sua moglie per la risoluzione dei gialli avrebbe potuto dipanare.Finalmente il mondo venne in suo soccorso; ecco cosa avrebbe detto:per sbaglio ho visto la moglie del sig. Jekyns vestita come un enorme coniglio peluche rosa che saltellava sul ponte Forman con al collo un cartello che diceva “MIO MARITO E’ UN VECCHIO MANIACO” e in quanto unico testimone di quella pubblica vergogna sono stato licenziato.Esatto.Era fatta.Ora non gli restava che ringraziare quell’enorme coniglio peluche rosa che saltellava sul ponte Forman con al collo un cartello che diceva “MIO MARITO E’ UN VECCHIO MANIACO”, e tornare a casa col suo alibi di ferro.Fece appena in tempo a mettere il piede sinistro fuori dalla Ford che il coniglio gigante salì sul cornicione del ponte e, voltatosi quanto basta per rivelare di avere una polpa da sig.ra. Jekyns, si lanciò nel vuoto e disperse la polpa sull’asfalto della statale sottostante.Ritrasse il piede sinistro nell’auto e cominciò a riflettere sul fatto che i suoi problemi erano appena raddoppiati:Primo; non avrebbe potuto più usare la scusa con sua moglie per evitare sterili accuse di macabra uccisione di moglie disperata e Secondo; sarebbe stato troppo difficile spiegare al suo psicanalista che tutto quanto era successo era stato ben prima di stappare la bottiglia di burboon che andava recuperando sul sedile posteriore.…Quando si parla di accanimento della sfiga.


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Martedì 23 ottobre 2007

Gotham City 2007, Inferno sulla statale

Ore tredici e ventisette. Incrocio tra la nona e la quattordicesima. Trentotto gradi. Traffico infernale. Le vetture procedono per inerzia, quasi trainate dalla forza gravitazionale dell’auto davanti. Non c’è spazio nemmeno per scendere, la massima libertà consentita è l’estensione dell’avambraccio oltre il finestrino.Le auto sembrano tutte uguali, forse si potrebbe distinguerle dal colore ma fa così caldo che la lucidità dei guidatori è rimasta volentieri a godersi l’aria condizionata in ufficio. Sarebbe già abbastanza difficile, ma esistono uomini condannati a patire un destino molto più sadico:Papà, papà… guarda, guarda… quello è Batman !Comincia a strillare un bambino grassoccio, dentro una escort marrone mentre picchia col palmo sul vetro per farsi notare.Piantala Mike ! ma che Batman e Batman, quello è solo uno sfigato con una macchina un po’ eccentrica, tutto qua.Risponde il padre senza staccare gli occhi affaticati dalla targa della Rover davanti.Ma no papà ! ti dico che è Batman, c’ha pure il costume.E continua a picchiare sul vetro.L’uomo si volta verso la macchina accanto. Dentro c’è un tizio vestito da Batman, con la barba di tre giorni, il gomito sul finestrino abbassato e una malboro tra le dita.Si stropiccia la faccia con la mano sinistra, pensa un paio di cose poco carine sugli omosessuali, poi torna a fissare la targa davanti.È solo uno sfigato Mike, lascialo perdere.Intanto nell’altra auto, il tizio vestito da Batman allunga una mano verso una bombola e prende in mano una mascherina; fa un tiro forte, si riempie i polmoni.Aha… ah… -ridacchia sconnesso- Joker di merda.Posa la mascherina su dei giornali di almeno un paio d’anni fa: “Joker vince le elezioni!!!” titola il Gotham Observer; “precarietà e flessibilità colpiscono anche i super eroi!!” sfoggia il Gotham Post, un po’ più recente, ma comunque vecchio.L’uomo in costume lascia cadere nell’abitacolo, tra i suoi piedi, il mozzicone di malboro. Lo spegne calpestandolo e quello per ripicca diventa una tutt’uno col tappeto di cicche ormai invecchiate dal tempo. Guarda la bombola, dice a mezza voceGas esilarante, Joker industries. Attenzione, crea dipendenza.Poi con tono normaleStrammerda. Per quando arriverò al mio Bat-monolocale di periferia quel prosciutto là dietro sarà diventato una braciola arrosto. Quel bastardo di maggiordomo mi ha piantato… l’ho sempre saputo che lo faceva solo per i soldi.Cazzo. Ormai sono quasi due anni che non lavoro più. L’uomo pipistrello non lo vuole più nessuno; dicono che spavento gli anziani, in giro di notte.E io intanto crepo di fame…Cazzo, dovrei comprarmi un fottuto costume da uomoragno.

- Fine –
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Martedì 23 ottobre 2007

174 o storia di uomini e burattini

Passava le sue giornate a letto, in una stanza completamente immersa nell’oscurità.Teneva la tapparella serrata e la porta chiusa: non riusciva a sopportare che quel bastardo del sole non avesse un minimo di rispetto per la sua privacy e non vedesse l’ora di buttarglisi in casa.Aspettava che venisse il tempo del tramonto, poi usciva. Saliva con la sua bici sul piccolo colle che dominava la città, poi la guardava morire. Si sedeva sull’erba e aspettava quello spettacolo che replica ogni sera e che lui non si stancava mai di applaudire. Gioiva mentre la luce batteva in ritirata tentando le ultime chimeriche sortite sui profili delle case. Guardava la notte mentre faceva scendere, come una peste che lentamente giunge e non risparmia alcuno, il suo nero sipario su quel teatro della mediocrità in cui lui non se la sentiva più di recitare.Si immaginava gli uomini, ancora in giro per le strade, essere inghiottiti dalla tenebra. Senza suoni, soltanto il cinetico andare del corpo umano che diviene un nuovo pezzetto nel interminato puzzle del nulla.Aspettava che la luna fosse alta e raddoppiasse il mondo con la sua luce d’argento; poi dava uno sguardo di approvazione all’altro se stesso che bidimensionale e nero se ne stava disteso sull’erba con lui, appoggiava a terra una marionetta di legno grezzo, senza volto, senza espressione, ed apriva il suo libro.Sfogliava tutte le centosettantaquattro pagine bianche, accarezzava la copertina di pelle, poi lo chiudeva. Lo poggiava con cura nell’erba grigia e lasciava che la marionetta ci si sedesse sopra. Si sdraiava, chiudeva gli occhi e nel nuovo buio che lui aveva creato andava a caccia di quelle pagine bianche a cui l’uomo di legno faceva vigile guardia nella realtà vicina.Si sarebbe detto che era un folle, un spostato. Eppure se qualcuno avesse osservato bene quella collina avrebbe visto che quella montagnetta di terra era così: era piena di uomini sdraiati, con gli occhi chiusi e un libro fatto di pagine bianche. Era un albero di natale con appesi gli umani; stanchi e soli, umani. Con un burattino a proteggerne vite mai scritte e mai veramente vissute. Se qualcuno avesse avuto veramente la forza, di guardare oltre quel sipario fatto di oscurità cercata e di paure rifuggite nel nulla di palpebre serrate come tapparelle, avrebbe visto, nel mondo vero, tutte quelle marionette alzarsi e ballare e stringersi le mani di legno e scambiarsi abbracci. Senza badare alle proprie ombre, senza temere le proprie espressioni. Le avrebbe viste godersi la luce della luna e vivere i propri amori e i propri lutti. Le avrebbe sentite ridere e raccontarsi storie. E le avrebbe udite singhiozzare nell’apprestarsi dell’alba e bagnare con le loro lacrime di rugiada quell’erba che da grigia tornava verde, mentre prima che i loro burattinai riaprissero gli occhi li accompagnavano a casa e cominciavano a aspettare:che il giovane sole venuto tornasse a morire. E che i loro padroni tornassero ad essere pupazzi senza espressione nel sonno. Perché loro potessero tornare ad essere uomini, nei sogni.

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Giovedì 3 maggio 2007

L' Alba del Male



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Ognuno è fabbro della sua sconfitta
Ognuno merita il suo destino
( Francesco De Gregori )

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Ero un bel ragazzo, nobile primogenito del conte di Latveria. La necessità mi volle vece del mio anziano padre già in giovane età, ed io non mi tirai indietro. Pensavo di poter costruire un regno equo che permettesse a tutti di vivere in pace; per questo amministrai la contea con il massimo giudizio e la più sincera generosità. Scelsi per moglie una giovinetta del popolo, bellissima e il mio amore per lei ebbe il nome di Otto, mio filgio. Aveva gli occhi verdi e i capelli neri come lo stemma della nostra casata e aveva un sorriso dolce e innocente, come quello di sua madre. Poi, un giorno, partirono per una visita ai conti di Rochester, in un feudo vicino. Ma non ebbero mai la gioia di ammirare le acque limpide e le antiche foreste di quei luoghi. Sulla strada la loro carrozza fu assalita dai soldati del duca di Connelly. Quella era la sua dichiarazione di guerra, e mi giunse nella forma degli occhi verdi di mio figlio avvolti nello stendardo della mia stirpe. Come potevano gli uomini essere così crudeli, come poterono infierire su due esseri così indifesi... In nome poi di cosa?!, del potere!?, della ricchezza!? Molte cose sono cambiate quella notte, ho scoperto nel sangue dei miei cari che parole come pace ed amore non hanno valore; che l'unica cosa che conta è il potere e che il potere non si amministra, si impone!. Tutto questo mi fu chiaro dal primo istante, tutto questo fu ciò che lessi negli occhi strappati del mio bambino... che lessi nel mio stendardo grondante di sangue e di... vendetta!. Piansi come non avevo mai fatto, quella notte. E il suono del mio dolore era così acuto e forte che qualcuno giurò di avermi sentito ridere... ridere, forse. E non sono mai più risucito a smettere, ridevo mentre guidavo il mio esercito a portare il fuoco fra i campi di Connelly, ridevo mentre i miei picchieri impalavano su travi rozze i suoi sudditi mediocri. E non potei fare a meno di ridere nemmeno mentre gli spappolavo il cranio sul muro coperto dal suo sigillo e mi prendevo con foga i suoi occhi bastradi, come biglie... regalo per il fantasma del mio bambino. Quella notte il ducato di Connelly fu bruciato in ogni suo acro e lavato nel sangue dei vinti, perchè questo è ciò che volle il fato, perchè questo era ciò che il destino aveva scelto per loro. Ora, tutti tremano quando vedono gridare nel vento il mio stenderdo, tutti piangono qundo indossando il mantello verde mi sentono, ridere. E potete giurarci: nessuno dimenticherà mai più quella notte. Nessuno oserà mai più fissare la mia bandiera senza timore. Perchè quella notte, con la sua famiglia, anche il conte Victor Von Doom è morto. Perchè un nuovo sovrano ha preso il suo trono e presto si prenderà tutto il resto, si prenderà... il mondo. Perchè da quella notte, la gente mi chiama... Destino.

già in: stradenellanebbia.blospot.com
14 dicembre 2006

La via del ritorno

La via del ritorno è la strada di casa
ma non della casa in senso stretto, del luogo dove abbiamo sempre vissuto
è la strada che ci riporta a noi, che ci restituisce la nostra esistenza, il nostro fine.

In questi anni mi è capitato spesso di essere attratto da nuovi sentieri, da nuove vocazioni
e di abbandonare con troppa leggerezza spazi che avevano la loro importanza
sentieri che avevano lastricato la mia strada

per ricordarmi il cammino
per invitarmi a non dimenticare.

E la via del ritorno nasce per questo, per non dimenticare

raccoglie tutto quello che ho prodotto in questi anni e che ho disperso per navi che andavano alla deriva, per carovane abbandonate nel deserto

rimette insieme tutte le mattonelle
tutti i tragitti

che incautamente avevo lasciato partire e che ora stanno ritornando

mi stanno riportando a casa
mi stanno riportando da me.

Memorie dal 9 d.C.

Quinto Probo Mehtello: Memorie dal 9 d.C.

Si dice che le anime strappate a questo mondo per morte violenta permangano sospese fra gli universi in attesa di compiere il loro destino spezzato.Il 9 d.C. non è una data troppo famosa, ma ieri come oggi c'erano uomini che morivano per le guerre dei loro signori (imperatori, re o presidenti che siano...) e..ieri come oggi venivano riconosciute loro quattro lacrime, due applausi (magari una medaglia) e poi.. ci si sforzava di farli dimenticare a tutti il più velocemente possibile.
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"La vittoria ha moltissimi padri, la sconfitta è orfana"
( John Fitzgerald Kennedy)
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Quelle che seguono sono le parole di un soldato di Roma che non tornò mai a casa e che oggi si può ancora sentire urlare nel vento in quei giorni in cui la pioggia assomiglia molto alle lacrime di quegli estinti troppo velocemente dimenticati.

9 d.C.

V'è stato un giorno di buio e dolore
è stato un giorno di gente che muore,
ricordo i cavalli nervosi sul freno
rimembro quel freddo, dei boschi sul Reno.

Viaggiavo con altri di ferro vestiti
stendardi oro e rossi, di gladio muniti
dentro la pioggia affrontavo l'audacia
di quel fiato freddo, dall'antro di Tracia.

Ci giunsero addosso in orda assassina
fra pelli ed accette, e vessilli in rovina

cademmo uno ad uno, eravamo centuria
cademmo per primi, e non senza paura.

Restammo nel fango, in terra bagnata
non avemmo vittoria, nè ritirata;
di tempi sì antichi s'è persa memoria
e forse di noi s'è persa la storia

resta solo la voce di Cesare Augusto
le sue urla di rabbia,il mio amaro disgusto.
Il suo libro vi parla di onori e di gloria
di eroi e di vittorie racconta la storia;
della nostra disfatta lui lo volle purgo
mentre noi morimmo,
per lui..
a Teutoburgo.

già in: stradenellanebbia.blospot.com
Venerdì 27 ottobre 2006

Se il Vento potesse parlare


"Per capirmi è necessaria la curiosità di Ulisse
di viaggiare in solitaria.. vedendo il mondo per esistere"
(Samuele Bersani)

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Non sono altro che un soprabito vuoto.
Mi trascino tra i mondi, tra le esistenze, tra le vite.
Non sono altro che uno storico muto, essere maledetto e diverso che cammina sulle strade degli altri, in cerca di un suo tramonto... in cerca di un miraggio di quiete.
Cammino in silenzio per i cunicoli dello spirito respirando esperienze, gioie e dolori troppo grandi.. e forse.. troppo veri per essere raccontati.
Per questo dell'uomo non posso cogliere che i riflessi lasciati nella pioggia: specchio rotto, rapisco ingrato quei cromi ignari che incrociano il mio sguardo infranto.
Più sinceramente è probabile che debba dire: <>.
Gli umani mi chiamano Vento, mi credono parte di un sistema più grande, mi credono figlio di un dio diverso dal loro...
se solo capissero quanto li invidio...
se solo sapessero quante volte li ho ascoltati in silenzio e muto... ho pianto.
Sono stupendi; anime dipinte in delicati pastelli, così maledettamente impuri, così maledettamente fragili. Sono così legati a ciò che chiamano vita, così forti e potenti nel loro effimero brandirla, così decisi nella loro blasfema convinzione di tirarne i fili, nel loro prepotente bisogno di sentirsi ogni giorno... più reali del resto.
AHh.. se sapessero... se solo potessero vedere oltre il sipario di quel gioco bastardo e imperfetto che chiamano mondo.
Se sentissero sulla schiena quelle mani, troppo antiche per avere nome, che li spingono nella casella vicina... scacchi ignoranti e perdenti... qualunque sia la partita... qualunque sia la scacchiera.
Quanti ne ho visti come loro;
spegnersi per un errore banale, cantare il loro potere alle stelle.
Quanto ho invidiato la loro mancanza... si la loro...
poichè a me fu negato il verbo
a loro l'udito...
se potessero sentire gli Eterni
ridere !
mentre dispongono.. delle loro vite,
mentre dispongono le loro truppe.
Ghignano folli, tra un bicchiere che cade, asciutto..
e un mondo che si spegne, estinto.. e che comunque
mai fu più pieno di quello.
Il gioco degli Eterni va avanti da sempre poichè essi sono
sono stati , e saranno.
Ed in questa mia prigionia di una strada senza fine e senza metà:
sogno.
di rinascere uomo...
per essere sordo invece che muto...
per poter parlare alla morte quando verrà a cercami...
nel quadrato sbagliato.
già in: stradenellanebbia.blospot.com
Martedì 7 novembre 2006