giovedì 19 marzo 2009

174 o storia di uomini e burattini

Passava le sue giornate a letto, in una stanza completamente immersa nell’oscurità.Teneva la tapparella serrata e la porta chiusa: non riusciva a sopportare che quel bastardo del sole non avesse un minimo di rispetto per la sua privacy e non vedesse l’ora di buttarglisi in casa.Aspettava che venisse il tempo del tramonto, poi usciva. Saliva con la sua bici sul piccolo colle che dominava la città, poi la guardava morire. Si sedeva sull’erba e aspettava quello spettacolo che replica ogni sera e che lui non si stancava mai di applaudire. Gioiva mentre la luce batteva in ritirata tentando le ultime chimeriche sortite sui profili delle case. Guardava la notte mentre faceva scendere, come una peste che lentamente giunge e non risparmia alcuno, il suo nero sipario su quel teatro della mediocrità in cui lui non se la sentiva più di recitare.Si immaginava gli uomini, ancora in giro per le strade, essere inghiottiti dalla tenebra. Senza suoni, soltanto il cinetico andare del corpo umano che diviene un nuovo pezzetto nel interminato puzzle del nulla.Aspettava che la luna fosse alta e raddoppiasse il mondo con la sua luce d’argento; poi dava uno sguardo di approvazione all’altro se stesso che bidimensionale e nero se ne stava disteso sull’erba con lui, appoggiava a terra una marionetta di legno grezzo, senza volto, senza espressione, ed apriva il suo libro.Sfogliava tutte le centosettantaquattro pagine bianche, accarezzava la copertina di pelle, poi lo chiudeva. Lo poggiava con cura nell’erba grigia e lasciava che la marionetta ci si sedesse sopra. Si sdraiava, chiudeva gli occhi e nel nuovo buio che lui aveva creato andava a caccia di quelle pagine bianche a cui l’uomo di legno faceva vigile guardia nella realtà vicina.Si sarebbe detto che era un folle, un spostato. Eppure se qualcuno avesse osservato bene quella collina avrebbe visto che quella montagnetta di terra era così: era piena di uomini sdraiati, con gli occhi chiusi e un libro fatto di pagine bianche. Era un albero di natale con appesi gli umani; stanchi e soli, umani. Con un burattino a proteggerne vite mai scritte e mai veramente vissute. Se qualcuno avesse avuto veramente la forza, di guardare oltre quel sipario fatto di oscurità cercata e di paure rifuggite nel nulla di palpebre serrate come tapparelle, avrebbe visto, nel mondo vero, tutte quelle marionette alzarsi e ballare e stringersi le mani di legno e scambiarsi abbracci. Senza badare alle proprie ombre, senza temere le proprie espressioni. Le avrebbe viste godersi la luce della luna e vivere i propri amori e i propri lutti. Le avrebbe sentite ridere e raccontarsi storie. E le avrebbe udite singhiozzare nell’apprestarsi dell’alba e bagnare con le loro lacrime di rugiada quell’erba che da grigia tornava verde, mentre prima che i loro burattinai riaprissero gli occhi li accompagnavano a casa e cominciavano a aspettare:che il giovane sole venuto tornasse a morire. E che i loro padroni tornassero ad essere pupazzi senza espressione nel sonno. Perché loro potessero tornare ad essere uomini, nei sogni.

Già in stradenellenebbia.blogspot.com
Giovedì 3 maggio 2007

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