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Ognuno è fabbro della sua sconfitta
Ognuno merita il suo destino
( Francesco De Gregori )
Ognuno merita il suo destino
( Francesco De Gregori )
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Ero un bel ragazzo, nobile primogenito del conte di Latveria. La necessità mi volle vece del mio anziano padre già in giovane età, ed io non mi tirai indietro. Pensavo di poter costruire un regno equo che permettesse a tutti di vivere in pace; per questo amministrai la contea con il massimo giudizio e la più sincera generosità. Scelsi per moglie una giovinetta del popolo, bellissima e il mio amore per lei ebbe il nome di Otto, mio filgio. Aveva gli occhi verdi e i capelli neri come lo stemma della nostra casata e aveva un sorriso dolce e innocente, come quello di sua madre. Poi, un giorno, partirono per una visita ai conti di Rochester, in un feudo vicino. Ma non ebbero mai la gioia di ammirare le acque limpide e le antiche foreste di quei luoghi. Sulla strada la loro carrozza fu assalita dai soldati del duca di Connelly. Quella era la sua dichiarazione di guerra, e mi giunse nella forma degli occhi verdi di mio figlio avvolti nello stendardo della mia stirpe. Come potevano gli uomini essere così crudeli, come poterono infierire su due esseri così indifesi... In nome poi di cosa?!, del potere!?, della ricchezza!? Molte cose sono cambiate quella notte, ho scoperto nel sangue dei miei cari che parole come pace ed amore non hanno valore; che l'unica cosa che conta è il potere e che il potere non si amministra, si impone!. Tutto questo mi fu chiaro dal primo istante, tutto questo fu ciò che lessi negli occhi strappati del mio bambino... che lessi nel mio stendardo grondante di sangue e di... vendetta!. Piansi come non avevo mai fatto, quella notte. E il suono del mio dolore era così acuto e forte che qualcuno giurò di avermi sentito ridere... ridere, forse. E non sono mai più risucito a smettere, ridevo mentre guidavo il mio esercito a portare il fuoco fra i campi di Connelly, ridevo mentre i miei picchieri impalavano su travi rozze i suoi sudditi mediocri. E non potei fare a meno di ridere nemmeno mentre gli spappolavo il cranio sul muro coperto dal suo sigillo e mi prendevo con foga i suoi occhi bastradi, come biglie... regalo per il fantasma del mio bambino. Quella notte il ducato di Connelly fu bruciato in ogni suo acro e lavato nel sangue dei vinti, perchè questo è ciò che volle il fato, perchè questo era ciò che il destino aveva scelto per loro. Ora, tutti tremano quando vedono gridare nel vento il mio stenderdo, tutti piangono qundo indossando il mantello verde mi sentono, ridere. E potete giurarci: nessuno dimenticherà mai più quella notte. Nessuno oserà mai più fissare la mia bandiera senza timore. Perchè quella notte, con la sua famiglia, anche il conte Victor Von Doom è morto. Perchè un nuovo sovrano ha preso il suo trono e presto si prenderà tutto il resto, si prenderà... il mondo. Perchè da quella notte, la gente mi chiama... Destino.
già in: stradenellanebbia.blospot.com
14 dicembre 2006
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